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I falsi Modigliani: una storia che ha sconvolto Livorno

Il mondo dell’arte si è sempre caratterizzato per la grande importanza rivestita dalle suggestioni e dalle emozioni suscitate da un lavoro. Per tale motivo, molte volte un’opera falsa riesce a raggiungere una popolarità tale da riuscire a rivaleggiare con quella dell’originale.

È sufficiente pensare ad un falsario quale Han Van Meegeren, uno dei più noti della storia, per rendersi conto della perfezione che può essere toccata in questo campo. In particolare, oggetto del suo lavoro sono stati alcuni tra i capolavori di Vermeer.

La capacità di Van Meegeren fu tale che quest’ultimo riuscì a vendere le sue opere a collezionisti d’arte. Subì un processo nel dopoguerra a causa della sua collaborazione con i gerarchi nazisti, in quanto le opere vendute ai tedeschi vennero ritenute autentiche. In realtà si trattava di falsi. Riuscì a discolparsi solo eseguendo un dipinto davanti agli esterrefatti giudici che erano pronti a condannarlo.

I falsi Modigliani: una truffa che ha sorpreso l’Italia intera

Ma sono molti i falsari che si sono dimostrati assai abili, soprattutto nella pittura e nella scultura. Ad esempio, è possibile ricordare i celebri “falsi Modigliani”, ossia 3 sculture che rappresentavano volti di donne e che si pensava fossero stati portati a termine proprio dall’artista italiano.

Furono scoperti nel 1984 a Livorno e divennero oggetto di una mostra, ottenendo un grande riscontro da parte del pubblico. Fu lo studioso Francesco Mangiapane a raccontare nel dettaglio tale truffa, tanto da dedicare a quest’ultima un saggio.

A realizzare le sculture erano stati tre studenti universitari, anche se uno di essi, tale Michele Genovesi, cercò di dimostrare la propria innocenza. L’idea era nata loro dopo aver letto l’annuncio fatto ad un settimanale italiano relativo ad una possibile ricerca, nei fossi livornesi, di 4 sculture leggendarie. Un Modigliani insoddisfatto del suo lavoro avrebbe lasciato “morire” tali opere proprio nell’acqua. In realtà, la curatrice della mostra cercava solamente pubblicità per aumentare il numero di biglietti venduti, ritenuto insoddisfacente.

Critici, televisioni e città di Livorno ingannati da tre studenti universitari

A rendere ancora più grottesca la vicenda era stata la copertura televisiva ricevuta dall’opera di ricerca. Ma anche la scelta di progettare e di realizzare una draga solamente per compiere la ricerca stessa fu un evento assolutamente unico. Il giorno 24 luglio, sotto gli occhi di moltissimi livornesi emozionati, furono recuperate le tre teste.

Per qualche giorno, il nome della città di Livorno divenne d’uso comune sulle bocche di tutti gli appassionati d’arte, fino a quando i tre autori della clamorosa truffa iniziarono a parlare e a descrivere minuziosamente il lavoro effettuato. Per dimostrare la veridicità delle loro affermazioni, inviarono alla rivista “Panorama” gli scatti che ritraevano una delle tre sculture, ritratta nell’attimo prima di essere gettata all’interno del fosso.

Gli aspetti grotteschi della vicenda e la riproduzione delle opere in diretta Tv

A quel punto, presa dal panico, Vera Durbé (la curatrice della mostra) cercò di far passare le dichiarazioni dei ragazzi per delle affermazioni senza senso. Ma a dare fine alla vicenda fu la realizzazione di una statua identica a quelle ritrovate in diretta Tv, attraverso l’ausilio di un trapano.

Ai loro nomi si aggiunsero i nomi di altri due falsari, che li avevano aiutati. Uno di essi era un famoso donnaiolo, tra l’altro con il vizio dell’eroina, che giustificò il gesto spiegando l’intenzione degli autori di “punire” la società, ritenuta sempre più schiava dei consumi e, soprattutto, dei media. Questi ultimi, infatti, venivano ritenuti come una delle cause dell’inquinamento dei veri valori artistici.

La vicenda assunse toni inquietanti quando, pochi giorni dopo il ritrovamento della prima scultura, la figlia di Modigliani morì. Tra l’altro, Jeanne Modigliani, aveva avuto un duro scontro con Vera Durbé a causa della mostra.

La storia proseguì con un processo promosso a carico di Christian Parisot, operante in qualità di presidente dell’Archivio Modigliani. A carico di quest’ultimo l’accusa molto pesante di aver acquistato opere false, autenticandole come vere e vendendole ad ignari acquirenti, convinti di avere a che fare con opere portate a termine dal celebre autore livornese.

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